Cronache dal Cafè Philo: SO-STARE NEL CONFLITTO. E’ SEMPRE POSSIBILE MEDIARE?

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“La vera scelta non è tra nonviolenza e violenza ma tra nonviolenza e non esistenza”  (Martin Luther King)

 

Quand’è l’ultima volta che abbiamo litigato? E come stiamo nelle situazioni di conflitto? Siamo degli inguaribili provocatori o li schiviamo come la peste cercando sempre una mediazione? Ne abbiamo parlato all’ultimo Café Philo, dove sono emersi punti di vista molto interessanti e condivisioni particolarmente sentite.

Di fronte a tale ipotesi come non ricordare sant’Agostino secondo cui “la pazienza è la compagna della saggezza”? L’etimologia della parola ‘conflitto’ (urto, cozzare, combattere, sbattere contro) rimanda all’idea di guerra e sofferenza, un atteggiamento aggressivo ed un pericolo per la stabilità delle relazioni e del momento in cui, per educazione e per cultura, cerchiamo di non imbatterci per risparmiarci dolore e disapprovazione. Ma è tutta qui la portata del conflitto? Davvero è sempre negativo e la peggiore delle soluzioni? Come sempre, nello stile del Café Philo e della Media-Comunicazione™ siamo andati a cercarne anche le risorse.

I conflitti generalmente fanno paura, per il potere spesso distruttivo che li connota, perciò facciamo di tutto per evitarli, lasciando perdere o cercando una conciliazione. A volte però la presenza di un contrasto è un messaggio in sé, un aspetto, anche se scomodo, su cui ‘stare’ appunto, fermarsi a riflettere, per poi decidere se e come accoglierlo. E’ un semaforo rosso che invita all’ascolto, delle ragioni dell’altro e delle nostre e ci spinge ad una scelta. Che fare quando diventano inconciliabili? Mantenere il punto e scendere in campo talvolta si rende necessario per ristabilire confini o riaffermare se stessi, ecco che allora il conflitto diventa illuminante per la riaffermazione di principi non derogabili e per non confondere la mediazione con il quieto vivere, la ricerca dell’equilibrio con la resa.

“Il conflitto è come un fuoco”. Tutte le condivisioni ne hanno rilevato la grande energia che se gestita e ben canalizzata può essere l’inizio di cambiamenti importanti. La sua azione d’urto appunto, proprio perché scomoda, mette tutto in discussione a partire da ciò che spesso crediamo essere tranquillità ma che in fondo è solo stagnazione. “A volte lo provoco per attirare l’attenzione, perché mi sento trascurata o delusa o per scuoterlo dall’indifferenza”. Proprio come un fuoco, può essere nemico o alleato, può fare terra bruciata ma anche riaccendere un rapporto con il calore di un rinnovato interesse e alla luce di una nuova consapevolezza.

Quando è istintivo e reattivo spesso porta al pentimento, ma se tutto il condominio interiore delibera a favore, se alla dimensione viscerale si associa strategia e presa di coscienza, il conflitto diventa scelta e si nobilita come azione onorevole e necessaria. Diventa passione civile o protezione di interessi più alti, per una ferita che si tocca, per un’offesa o per la lesione di un principio. “Di solito evito e lascio correre, per cui non ricordo occasioni di cui mi sia pentito, quando è capitato è stato un atto lucido di volontà. Piuttosto mi sono pentito di non essere sceso in campo più spesso e di averci pensato più del dovuto. Non sempre ci si può stare troppo a ragionare, si deve andare. A volte basta semplicemente mostrare i muscoli, far capire che ci siamo e non faremo finta di niente”.

Tutto pare dipendere dalla posta in gioco quindi, dal grado di intimità della relazione o dal bisogno di essere autentici verso se stessi e coloro che amiamo. In alcuni casi è un grido di libertà, un urlo di dignità: “per tanto tempo rifuggivo da ogni forma di conflitto e tenevo tutto dentro fino a quando un giorno sono esplosa come una bomba. Ho capito che avevo raggiunto il limite e che evitare sempre mi aveva portato a non esistere, a morire dentro. Ho dovuto lavorare molto per mediare, è stata dura ma era necessario per rompere l’alone di falsità di cui mi ero circondata. Ho capito che scendere in campo era importante per riaffermare me stessa, i miei valori, dire i ‘no’ alle regole che non condividevo più e agli schemi che non potevo più accettare”. In altri ha il valore della responsabilità: “Sono stata educata a: ‘la parola migliore è quella che non si dice’ e per anni ho soffocato ciò che avevo dentro per paura di dispiacere o incrinare un affetto, ma non ero me stessa. Poi ad un certo punto, con l’esperienza, ho deciso che avrei detto sempre la mia, con rispetto, ma che non avrei più taciuto, specialmente con i figli. Con loro è necessario esporsi, abbiamo il dovere di dire ciò che si pensa. E non mi importa della reazione o del prezzo che pago, diversamente sarebbe molto peggio, lo devo a me stessa e lo devo a loro”. A tal proposito è illuminante il pensiero di Thomas Gordon rispetto al valore pedagogico del conflitto nei contesti famigliari: “Se vengono visti come preparazione necessaria per poter affrontare i conflitti in cui il figlio dovrà inevitabilmente imbattersi fuori casa, potrebbero addirittura risultare benefici per lui a condizione che essi vengano superati in modo costruttivo”. (T. Gordon, Genitori efficaci)

Se il conflitto, porta a impugnare le armi e indossare la corazza, paradossalmente ci mette a nudo e rappresenta un atto di fiducia. “Non mi espongo con chiunque, se non ci tengo lascio perdere. Quando mi arrabbio è come se rivelassi chi sono veramente ed esponessi la mia vulnerabilità, ciò di cui ho bisogno e ciò che mi ferisce.  Non lo farei se non avessi fiducia, se non credessi che l’altro mi ascolterà e avrà voglia di superarlo insieme a me”. Nonostante la paura o il timore della perdita, il conflitto diventa investimento emotivo quando, per dirla alla Gordon, riusciamo a sostituire i ‘messaggi Tu’, (dal tono recriminatorio e che stimolano risposte altrettanto veementi o chiusura difensiva) con i ‘messaggi Io’ (rivelatori di sé e scevri dal giudizio) che abbassano le barriere della comunicazione e predispongono ad un ascolto reale.

A volte la paura del conflitto corrisponde alla paura di vivere. “Lo evito perché mi fa uscire dalla zona di comfort e allora faccio finta che va tutto bene, so che non dovrei per affermare me stessa e capisco che è questione di debolezza e di coraggio”.  In altri casi è provocazione. Specie se per futili motivi, diventa un modo disfunzionale per ricercare attenzioni e strumento maldestro per entrare in relazione o cercare l’intimità. “Del resto si sa, l’amore non è bello se non è litigarello, e sappiamo benissimo che intensità c’è dopo nel fare la pace”. Ciò accade soprattutto in chi, che per esperienze pregresse, trova nel conflitto l’unico modo per entrare in contatto, reagendo a modelli genitoriali simili o di stampo anaffettivo.

“C’è modo e modo di litigare. Un conto è reagire impulsivamente come bambini, altro è decidere di farlo ed essere disposti a perdere qualcosa.” Un conflitto consapevole richiede maturità dunque, rappresenta la perdita dell’innocenza e la fine dell’ingenua convinzione che quando ci si vuole bene le cose si aggiusteranno da sole. E’ tale quando si è disposti a scendere dall’eden della stabilità al purgatorio del confronto. In quest’ipotesi i linguaggi diventano plurimi dal più caldo al più raggelante: “non è che bisogna alzare sempre la voce, anzi è proprio tipico di chi non ha argomenti, a volte basta un semplice no”. In altri casi si assiste alla ‘fine delle comunicazioni’, al ritiro energetico, al mutamento di comportamenti.

“Quanto è importante saperle dire le cose!” Lasciar correre o reagire? Qual è quindi il limite dopo il quale non è più pazienza ma passività? Come sempre lo stabiliamo noi. Per prima cosa, è fondamentale darsi un tempo per ascoltare, centrarsi e attivare un’osservazione lucida; quando abbiamo valutato che è tempo di intervenire, è essenziale dare un messaggio chiaro ed assertivo, cioè quanto più possibile impersonale, con l’accento sugli atteggiamenti e non sulla persona. E’ molto diverso parlare in maniera ecologica, avendo cura e rispetto della vulnerabilità nostra e altrui. Pensiamo alla diversità tra il sentirsi dire: “sei il solito … , non TI sopporto quando fai così” in confronto a: “quando succede questo, IO mi sento così”. Specialmente nel caso di una relazione intima, ricordarsi dell’intimità anche nel conflitto fa la differenza. “Ho capito che per non essere distruttivi, invece di mettere la corazza era importante toglierla e fidarmi, parlare dalla mia ferita alla sua ferita, cercando di non soverchiarlo. Fargli capire che non sto lì per aggredire ma perché mi dispiace”. Se il conflitto è una guerra quindi, l’esito dipenderà dalle armi che useremo. Risentimento, orgoglio e vendetta risulteranno distruttivi, ma assertività e buona comunicazione ci aiuteranno a mettere i paletti, a dire di no o a ricontrattare nuove modalità senza voltare le spalle o essere inutilmente offensivi. E se non c’è più alcuna possibilità di mediazione, si può essere sempre eleganti anche nel dirsi addio.

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