I SEGRETI DEL NUTRIMENTO. QUANDO IL CIBO APRE LE PORTE DELL’ANIMA: CRONACHE DAL CAFE’ PHILO

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 […] Portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii: un delizioso piacere m’aveva invaso e subito m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura […] (Marcel Proust, Dalla parte di Swann)

 Noi e il cibo. Un argomento così naturale da essere a volte scontato, eppure complesso e ricchissimo di implicazioni non solo sul versante fisiologico ma anche psichico, simbolico, emotivo, relazionale e culturale. Dei tanti spunti possibili, in questa occasione ci siamo chiesti: che rapporto abbiamo con il cibo e la cucina? Qual è la differenza tra alimentazione e nutrimento? Come incide sulle nostre relazioni e quanto rivela di noi? Ecco cosa è emerso durante uno dei nostri ultimi Café Philo

Non potevamo non ricordare Proust e la madeleine: il celeberrimo brano sul potere evocativo ed emozionale del cibo. Sulla memoria e le sensazioni riaccese da un profumo, sulla magia di ritrovare il tempo perduto dell’infanzia. Molto più che nutrimento per il corpo, uno stargate capace di trasformare l’altrove in qui ed ora, di superare tempo e spazio per trasportarci nei ricordi o in mondi non ancora esplorati; una porta spalancata al cuore e una carezza all’anima, quando ne conosciamo segreti ed energie, un veleno invece quando diventa stampella o la brutta copia di un bisogno.

 “Parlare di cibo è parlare della vita stessa. E’ un aspetto irrinunciabile e sacro perché non nutre soltanto il corpo ma tutto il nostro essere”. Proprio così, al di là del punto di vista alimentare, del mero aspetto fisiologico e del soddisfacimento di un bisogno primario, mangiare vuol dire anche ‘nutrire’ bisogni altrettanto fondamentali anche se più sottili. Pensiamo al piacere: sia del gusto che degli altri sensi, estetico, della condivisione; al bisogno di essere creativi o di rispondere a certe richieste dell’anima; infine al confronto con la tradizione o alla necessità di esplorare se stessi e il mondo anche tramite sapori nuovi.

“Mangiare non è nutrirsi. Come medico penso al nutrimento come ‘dare al corpo ciò di cui ha bisogno’, cioè acqua, zuccheri, proteine e grassi, nelle giuste proporzioni”. Ben diverso da quella che è la realtà odierna, in cui si assiste al consumo sempre più marcato di cibo-spazzatura che riempie un vuoto, spesso interiore, ma non nutre e all’aumento esponenziale dei disturbi di alimentazione quali anoressia e bulimia. “Spesso si mangia in modo inconsapevole o compensativo. Per quanto riguarda la quantità non dovremmo nemmeno porci il problema se, come gli animali abituati a sentire il proprio corpo e le sue necessità, ritornassimo ad una condizione più naturale.”

L’educazione al cibo. “Io non mangio più certi alimenti perché mi costringevano da piccola”, oppure “io, della generazione: ‘pensa-ai-bambini-che-muoiono-di-fame’, non riesco a non finire il piatto anche quando non mi va più”. Per noi esseri umani, è davvero arduo pensare di essere completamente naturali, poiché siamo costretti a fare i conti con i tanti condizionamenti sociali e culturali che incidono sin da piccoli. Se pensiamo all’educazione più tradizionale, che imponeva cibi e quantità, sappiamo quanto non abbia aiutato in questo senso; d’altra parte nemmeno il contrario, ove il timore di ‘forzare’ ha prodotto il disagio verso il nuovo e inibito curiosità ed esplorazione. Obbligare o cedere? Meglio accompagnare dunque, insegnando a distinguere la fame dall’appetito e partendo come sempre dall’ascolto per cercare la mediazione tra le diverse esigenze del bambino e dell’adulto. Come? Per esempio invitando a sperimentare, cercando noi per primi la bellezza nel piatto e nell’ambiente, giocando con forme e colori, per rendere l’esperienza positiva ed accattivante e a trasformare il cibo in nutrimento a tutti i livelli.

Odio e amore. Quanti di noi possono dire di avere un rapporto sereno con il cibo o di non aver vissuto momenti di conflittualità? “Ho sempre avuto un rapporto altalenante con il cibo e conosco bene il circolo vizioso del digiuno (il vuoto) seguito dalla fase raptus (l’ansia), poi dall’abbuffata (il pieno), per finire con l’immancabile senso di colpa che riporta al digiuno punitivo e così via. Ora seguo i miei ritmi ed ho imparato a nutrirmi per stare bene,mangio ciò che mi piace anche se i sensi di colpa sono sempre lì in agguato. Come escamotage ho trovato quello di cucinare per me: cucinare sazia. Il piacere della creatività spegne il raptus, allenta la fame nervosa e mi insegna l’attesa, la misura, e la strategia”.

E’ interessante notare come basti spostare lo strumento della soddisfazione per uscire dal loop: dalla quantità compensativa al piacere della soddisfazione. Spesso i regimi dietetici rigido-punitivi non funzionano perché non tengono in considerazione i bisogni del “bambino interiore che vuole qualcosa in più della ‘sana’ insalata”. È lui che sente il vuoto laddove manca il piacere, è lui che insoddisfatto, reagirà trasgredendo, cercando di riempirlo in maniera non mediata. Una soluzione interessante è “darsi delle regole: moderare tra gli eccessi ma concedersi piccoli premi e gratificazioni, tipo il premio della sera o del fine settimana” In questo caso saranno chiamati in causa sia l’adulto responsabile che sa cosa è giusto e il buon genitore interiore che sa come prendersi cura di noi e come parlare alla parte bambina, la quale ascoltata nelle sue necessità e rassicurata dalla promessa (che va mantenuta) non avrà bisogno di diventare capricciosa o di trasgredire.

Cibo e relazioni. Pranzi di lavoro, cene romantiche, banchetti nuziali, feste laiche e celebrazioni religiose: non c’è momento importante della nostra vita che non sia accompagnato dal cibo. Da sempre il cibo e la tavola sono il pretesto, lo strumento e il viatico per ogni tipo di relazione, dalla più intima e seduttiva, a quella famigliare, fino ai rapporti d’affari e ai grandi eventi collettivi, da sempre caratterizzati da alimenti fortemente simbolici e da una ritualità tutta speciale che continua a sopravvivere al tempo e alla modernità. Come viviamo il cibo in rapporto agli altri? “Mangiare mi rilassa e cucinare è anche un modo per far contenti gli altri, una sorta d’atto d’amore, in cui metto una parte di me”.E quando siamo da soli le cose cambiano? ”Per me stare a tavola vuol dire stare insieme. Se sto da sola cucino il minimo e nemmeno mi apparecchio; piuttosto lo faccio se ci sono i figli o degli ospiti , perché apparecchiare bene è un riguardo, un amore e una cura che mi accorgo di non avere sempre per me stessa”. Dicevamo quanto il cibo sia protagonista dei momenti più significativi e sostanza di ogni ricorrenza: ne godiamo o lo subiamo, specialmente nei giorni di festa? “Un po’ e un po’. Da una parte c’è l’attesa per qualcosa di speciale, una magia che si rinnova nella tradizione e nei rituali della preparazione, la gioia della condivisione; dall’altra l’ansia, gli obblighi sociali, le quantità esagerate, le abbuffate e il senso di trasgressione”. Che ne pensa invece chi con il cibo ci lavora? “Da quando me ne occupo a livello professionale, ho notato quanto sia nutriente – è il caso di dirlo – in tutti i sensi, e mezzo potente per rapportarsi agli altri perché tocca tutte le corde: emozionali, intellettuali e relazionali, celebrando sia l’appagamento che la condivisione.

I commensali invisibili. Prendendo spunto da ”A tavola con gli dei”[1], chiudiamo la serata ponendo l’accento su come anche a tavola si manifesti il mondo interiore, o meglio gli dei e gli archetipi del nostro condominio interiore.” Sono immagini archetipiche, istinti della psiche umane, modelli universali, energie transpersonali che ci attraversano e colorano le nostre azioni con la loro visione” Siamo più figli di Crono, dio del rigore e della sopravvivenza, o di Dioniso signore dell’estasi e della trasgressione? Oppure di qualcuno degli altri 11 archetipi descritti? Scoprirli equivale e conoscersi meglio, ed allearli alla nostra tavola sarà utile per integrare aspetti preziosi per godere del cibo e dell’esistenza in modo più armonico.

 

 

Per approfondimenti:

[1] “A tavola con gli dei”, F. Errani, G. Civita, Forlì, Sì Edizioni, 2008

“Il Cibo dei Passaggi. Un rito di Trasformazione”, Z. Fusco, Avalon blog

“Il valore del cibo ed il senso dell’offerta”, Z. Fusco, Avalon Blog

“Cucina e Magia.  A scuola di leggi universali”,  Z. Fusco, Avalon Blog

“Il mio nome è Demetra”, Z. Fusco, Avalon Blog

“Nutrirsi consapevolmente”, Z. Fusco, Avalon Blog

tutti gli articoli della rubrica “Nutrirsi consapevolente” a cura di M. Gianni, Avalon blog

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Commenti

  1. giulia

    aprile 23, 2015 at 21:37

    Grazie Stefi per questo articolo prezioso :-*

    • Stefania Nanni

      aprile 29, 2015 at 7:22

      Grazie a te Giulia, merito degli appassionati partecipanti del Cafè Philo della ‘lievitazione’ di alcuni contenuti del nostro Master in Counseling Gastronomico 🙂

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