Il Fregio di Beethoven

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“Questo bacio a tutto il mondo. 

Le arti ci conducono fino al regno dell’ideale,

ove soltanto possiamo trovare pura gioia, pura felicità, puro amore”. (Schiller, Ode alla Gioia)

 

Ci sono incontri emozionanti nella vita e non sempre si tratta di persone. A volte ci si innamora anche di un’opera d’arte, del suo modo di parlare direttamente al cuore, dello stupore che provi quando qualcun altro esprime così bene ciò che senti dentro di te da sempre. E il corpo risponde, con un sospiro ed un senso di benessere profondo, perché sai senza bisogno di conoscere, perché ti senti compreso e ti senti a casa.

In un mio recente viaggio a Vienna sono stata folgorata dal Fregio di Beethoven, forse non tra le più celebri opere di Klimt, ma sicuramente una delle più importanti dal punto di vista simbolico. L’incontro con quest’affresco gigantesco- che incornicia una stanza intera, all’interno di un edificio dalla cupola d’oro – è stato di quelli che non dimenticherò. Una delle tante visite programmate, in modalità ‘facciamo qualche foto carina’, nessuna aspettativa o conoscenza pregressa, e poi l’impatto. Di quelli che azzerano la parola ed i pensieri e ti trasportano in un’altra dimensione, di quelli in cui il tempo sembra fermarsi e potresti stare lì per ore a nutrirti di sola Bellezza.

E’ il 1902, un periodo straordinario, un fermento ineguagliato di menti e cuori palpitanti che credono nell’Arte Totale, aperta, unitaria, che abbatte i confini con Musica e Letteratura, che non conosce il tempo degli uomini e sa essere mitologica e modernissima, canale di redenzione ed elevazione. Commissionato come omaggio a Beethoven, Il Fregio, diventa a tutti gli effetti un ipertesto del secolo scorso, una storia figurata concepita per essere vista, letta ed ascoltata; contiene i versi romantici di Schiller, le teorie di Wagner, di Nietzsche e la Nona Sinfonia con il suo Inno alla Gioia, che Klimt traduce in immagini e contempla sia suonata in sottofondo.

Parla di un viaggio, che il protagonista e lo spettatore compiono insieme attraversando le sue tre parti: l’Anelito alla Felicità, le Forze Ostili e l’Inno alla Gioia. A prima vista è il racconto di un cavaliere alla ricerca di se stesso e del mondo. Durante il cammino incontrerà ostacoli e tentazioni, mostri e sirene, tantissime figure femminili, sia sensuali che rivoltanti, ma sarà solo grazie all’Arte e all’Amore per la sua Donna che potrà dirsi liberato dal Male.

fregio_anelitoMa Il Fregio racconta tanto altro, è anche la rappresentazione allegorica di un percorso iniziatico, il Viaggio dell’Eroe all’interno di sé, che si compie solo attraverso l’integrazione tra Maschile e Femminile. La prima scena si apre con il Cavaliere, simbolo del Maschile, del fare, del conoscere; indossa la  corazza e le armi del Raziocinio ed è pronto a partire, come un novello Dante alla volta degli Inferi, per affrontare le proprie ombre e sconfiggere i mostri del Male; intorno e sopra di lui figure perlopiù femminili, cioè l’Ispirazione, nude perché in Essenza, e la Compassione, altro femminile, necessaria per mantenere il Cuore aperto.

fregio_forzeostiliLa seconda parte, che la critica del tempo avversò come oscena, descrive senza veli e senza compromessi le prove più dure, l’essere faccia a faccia con ciò che non controlliamo, ci ripugna o fa paura: mostri, serpenti, Gorgoni, sirene malefiche, donne di tutte le età, vale a dire gli istinti più repressi, le tentazioni della materia e della lussuria, l’angoscia, la malattia, la follia, la morte. Ancora una volta tutti simboli del femminile, questa volta nell’accezione più oscura e ‘inaccettabile’. Qui il punto di svolta, la resa al processo: il cavaliere lascia andare desideri e aspirazioni terrene che volano via, indicando che è pronto a morire a se stesso e ai suoi vecchi schemi; perde la corazza, cioè il filtro del pre-giudizio e la rigidità della mente razionale, ed è in pace, finalmente nudo, cioè autentico e consapevole delle sue vulnerabilità, pronto per l’ultima parte del viaggio. L’eterna lotta tra Bene e Male diventa alleanza. Il male, la paura e la sofferenza non possono essere evitati, ma vanno riconosciuti, attraversati, onorati e rispettati, affinché il piombo diventi oro, affinché il conflitto si trasmuti in integrazione ed esperienza. È la legge universale della complementarietà degli opposti, al di sopra delle categorie morali, dove tutto è funzionale all’equilibrio delle cose.

fregio_inno“L’esaltazione dell’amore e dell’abnegazione possono redimere l’uomo”(Klimt). L’ultima sequenza descrive l’estasi dell’Amore e dell’Arte; il Cavaliere spogliato della sua corazza, è immerso nell’abbraccio con la Donna-Poesia che suggella il ricongiungimento all’altra parte di sé. La liberazione dalle suggestioni delle forze ostili come dicevano allora, l’individuazione, cioè scoprirsi nella propria interezza e in ciò che si è chiamati a fare, come direbbe Jung. Quest’ultima immagine ha suscitato pareri controversi: per alcuni la celebrazione della vittoria del Cavaliere, per altri tra cui lo stesso Klimt, la resa al potere seduttivo del Femminile, “la vittoria dell’universo dei sensi sulla paura e sui diurni e razionali strumenti di difesa” (A. Ascari) Una resa che non è sconfitta nell’ottica dell’integrazione, ma diventa conquista e piena affermazione di sé.

E poiche l’Arte totale non conosce confini, Klimt vi avrebbe accolto così: buon ascolto!

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