Il ritorno all’essenza: diario della psicovacanza in Cappadocia

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Diversamente dagli altri viaggi, quando vado in psicovacanza scelgo deliberatamente di non leggere nulla prima, niente cartine, guide o forum per turisti. Me lo posso permettere, l’organizzazione impeccabile e attenta ad ogni dettaglio mi consente di rilassare l’intelletto, risvegliare i sensi e far emergere la bambina interiore, con tutta la voglia di scoprire e godere di incanti e meraviglie. Così, a cuore aperto, ho iniziato il mio viaggio,sapendo che ciò che avrei visto e vissuto avrebbe toccato le mie corde più profonde.

Il cielo arrossato dal tramonto, l’aria calda e avvolgente,  il profumo di menta selvatica, ed io sono già avvinta, sin dall’atterraggio nel piccolo aeroporto di Nevsehir. Nessun panorama speciale ancora, solo qualche collina oltre la pista d’atterraggio, ma già la terra, protagonista sin da subito, comincia a parlarmi, toccarmi, tanto che anch’io voglio toccarla, nell’urgenza di sfiorare un albero, o di assorbirne l’essenza dall’aria che sa di rosso quanto lei. Mi esce un gran sospiro, il corpo si rilassa, sente che è a casa, della Grande Madre capirò poi.

Il grembo. L’ho compreso la sera stessa in albergo, una struttura meravigliosa scavata nel tufo e nella roccia. La mia stanza era in origine una grotta, poi una stalla, ora un grande utero accogliente, elegantissimo con le sue pareti di pietra bianca, le luci soffuse e i divani dal sapore antico. Un nido, anche nel suo nome in lingua locale, dove dormire a contatto con la pietra ti fa sentire avvolta e protetta e da dove puoi affacciarti a contemplare il cielo di velluto e la luna d’oriente. Pietra pura e candida, senza orpelli, l’origine e la matrice, bellissima perché così nuda, come i pensieri che si liberano e tornano in connessione al sentire più profondo, punto di partenza di ogni psicovacanza.

Che è proprio questo, una particolarissima caccia al tesoro interiore, in cui ognuno con la propria missione e i propri indizi è invitato a far dialogare il fuori e il dentro, a conciliare il fare con lo stare. Essere nel mondo, dandosi il tempo di attivare tutti i sensi e guardare, annusare, ascoltare, gustare, toccare, senza fretta, portando l’attenzione al sentirsi. Osservarsi ‘allo specchio’ nelle relazioni con gli altri e nelle reazioni interiori, poi di tutto coglierne i simboli ed il messaggio, ovvero il tesoro della risposta alle indicazioni di partenza.

Il tempio. Non c’è niente di più sacro della natura stessa e il giorno dopo ne ho avuto la conferma. Il museo a cielo aperto di Goreme non è un museo in senso stretto ma una valle intera fatta di cattedrali di pietra, perfetto rifugio mimetico ai tempi delle persecuzioni delle prime comunità cristiane. Nessuna costruzione, nessun’aggiunta, solo lavoro di scavo in profondità, utilizzando le risorse del momento, imparando che con poco si può fare tutto (quante metafore su cui riflettere …) Il risultato? Chiese, eremi e monasteri di disarmante bellezza, affreschi semplici, quasi infantili, potentissimi proprio perché essenziali, fatti di un colore solo, l’unico a disposizione, il rosso ocra preso dal greto dei fiumi. Anche qui, ancor di più, la terra è madre: generosa perché ti da tutto quello che ha; accogliente e protettiva nelle sue cavità morbide e sinuose che non conoscono una sola linea retta, fresco rifugio dal sole rovente o caldo riparo da freddo e neve che qui, a 1200mt abbondano sempre. E impossibile non esserne rapiti, è un luogo ancestrale, mistico, di devozione autentica, in cui ci si sente ’a Casa’ ed è naturale avere voglia di pregare e ringraziare, ognuno il suo dio.

La bellezza. Di molte altre cose si sono riempiti occhi e cuore: non dimenticherò la meraviglia di fronte ai Camini delle Fate, piramidi naturali di roccia ‘con il cappello’, corrugate dal tempo e scolpite da eruzioni, glaciazioni e dagli umori del cielo. O di quando, felice come una bambina, volavo all’alba in mongolfiera in un cielo tutto rosa. E quante risate durante un tè alla mela in riva al fiume, con i piedi nell’acqua e famiglie di papere intorno a noi. Tutt’altra atmosfera di fronte ai dervisci rotanti, più che una danza, una liturgia, una solennità talmente intensa da sospendere il tempo. Tante esperienze, un caleidoscopio di emozioni, su tutte il denominatore comune della bellezza nelle sue forme più pure ed essenziali. Non è così prevedibile che una natura apparentemente arida e scarna sia così espressiva e nutriente o che ti venga voglia di accarezzare la pietra estasiati di fronte alla bellezza nuda.

Il messaggio che colgo da questo viaggio e da questa terra fatata è l’invito a ‘salire in mongolfiera’ e alla semplicità, per accedere alla bellezza più autentica, a se stessi e ai misteri della vita stessa. Less is best come si dice nel mondo da un po’ di tempo, per riconoscere le proprie zavorre e liberarsi da ciò che non ci appartiene più: sovrastrutture, finti bisogni, relazioni tossiche e tutto quanto ci impedisce di volare.

Non sempre è necessario partire per ritrovarsi, la caccia al tesoro continua in realtà ogni giorno se ce lo concediamo, perché: D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. (Italo Calvino, Le città Invisibili)

 

 

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