Il Tai Chi e la consapevolezza di sé: intervista al maestro Marco Morena

<3

Quando si inizia a volersi conoscere meglio, ad appassionarsi a se stessi, si è portati a credere che i percorsi di consapevolezza riguardino solo la sfera dell’interiorità. Al contrario, più si va in profondità più si sente l’esigenza di esprimere anche fisicamente ciò che siamo o ciò in cui crediamo. Accade che il corpo risponde all’appello e avverte l’esigenza di allinearsi a nuovi bisogni o a ciò che di sé si è riscoperto.

Chiunque sia coinvolto in una pratica fisica sa bene che oltre ai benefici sul corpo, gli aspetti psico-emozionali sono altrettanto notevoli. Innanzitutto c’è la coscienza del prendersi cura di sé, di dedicarsi del tempo per qualcosa di piacevole e che è nelle nostre corde; poi, se si scelgono discipline particolarmente in sintonia con le proprie convinzioni e il proprio stile di vita, gli effetti saranno ancora più amplificati.

Occupandomi di counseling, mi sono chiesta più volte se ci fosse un corrispettivo fisico dei principi sui quali è fondato; oltre al tango, di cui si è occupata splendidamente Zuleika Fusco [1], e i cui valori profondi scopro ogni giorno, non ho potuto fare a meno di pensare anche alle arti marziali. La mia pregressa esperienza personale me lo conferma, ma ho voluto fare una chiacchierata un po’ più tecnica con Marco Morena [2], esperto di arti marziali a livello internazionale, stimatissimo insegnante di Tai Chi e ricercatore perenne.

Come in tanti già sappiamo o possiamo intuire, le arti marziali sono uno stile di vita. Molto più di uno sport, vanno oltre il concetto stesso di filosofia, perché coinvolgono a livello integrato – olistico diremmo dal nostro punto di vista – corpo, mente, emozioni fino alla sfera spirituale, quindi esistenziale. La pratica si tramuta in arte anche perché, a mio avviso, al di là di esercizi apparentemente codificati, ciò che ognuno infonde attinge al proprio universo e lo rende arte-fice della sua unicità.

La ‘boxe della suprema polarità’. Il Tai Chi, già nell’etimo, richiama uno dei concetti chiave del counseling e prima ancora delle leggi fisiche universali – la Polarità – esprimendo in modo compiuto e visibile, quanto sia necessaria la complementarietà di aspetti opposti ma in equilibrio dinamico. Innanzitutto l’alternanza alla base della vita, Yin/Yang (Maschile/Femminile), poi Vuoto/Pieno, Interno/Esterno, Qui/Altrove, Stabilità/Movimento, Corpo/Mente, Flessibilità/Inamovibilità, Lentezza/Istantaneità, Dolcezza/Potenza, Durezza/Morbidezza, e tanto altro ancora, al fine di generare Armonia ed Energia vitale. Già queste premesse potrebbero bastare ma ciò che mi ha spiegato Marco mi ha convinto ancora di più.

 “Come sei arrivato al Tai Chi?” gli chiedo. “E’ stata la realizzazione di un sogno. Dopo aver realizzato gli obiettivi che mi ero prefisso da molto giovane, sentivo che era giunto il momento di fare altro; così nel pieno della carriera manageriale ho tolto giacca e cravatta e ho fatto il salto nel vuoto, che poi noi era così vuoto … (sorride)”. Poi mi racconta del momento della scelta, di quando ha seguito il suo progetto dell’anima, restituendo a se stesso libertà di tempi e di direzione, riscoprendo la voglia di studiare e diffondere per restituire ciò che per privilegio aveva avuto la possibilità di incontrare.

“Quali sono i benefici?” Mi spiega che, nel tempo, l’immagine piuttosto limitativa, della ginnastica dolce di matrice orientale si sta arricchendo di nuove applicazioni. La medicina ad esempio, ha scoperto che la pratica aumenta l’emissione di onde alfa (quelle della distensione vigile e dell’allentamento delle tensioni mentali), una maggiore comunicazione tra i due emisferi cerebrali (integrazione delle qualità logiche ed analogiche), ed una progressiva capacità di auto-percezione, ascolto di sé e chiarezza di pensiero. Inoltre ne riconosce la validità sia in campo preventivo che riabilitativo e nella possibilità di estenderne l’utenza anche alla terza e quarta età. “Anche il mondo della danza e del teatro ne ha colto il fascino e l’eleganza, tanto che un’insegnante mi ha detto di essersi commossa durante un’esibizione, perché aveva compreso che c’era molto più dietro ad un semplice movimento”.

Tai Chi e Qi Gong: spesso li associamo o confondiamo, così gli chiedo di spiegarmi la differenza. “ Il Qi Gong è la pratica energetica, consiste nella parte funzionale dell’allenamento, cui in genere dedico i primi venti minuti di lezione. Si tratta di un termine generico, letteralmente ‘allenamento dell’energia’, usato diversamente dalle varie scuole a seconda degli scopi: meditativi, curativi, etc. In pratica tale allenamento favorisce l’apertura delle giunture così che l’energia circoli e possa essere veicolata con vari risultati fino ad arrivare a quella che a livello avanzato si chiama ‘alchimia interna’. Il Tai Chi invece, non è solo fisico: il corpo è un’antenna, la mente interpreta ciò che il corpo ha imparato, le emozioni supportano. Il corpo è l’hardware che ci permette di fare esperienza e di giungere alla crescita emozionale e spirituale. Sembra lento ma non lo è, è fulmineo nella fase marziale, cioè in combattimento, nella pratica viene rallentato, perché i controlli e le energie messe in campo sono tantissime. E’ come un computer con 40 programmi aperti contemporaneamente: non è il programma che è lento, ma è la macchina che sta facendo tantissime cose”. Poi, più si addentra nella spiegazione e più comprendo quanto, ancora una volta, non tutto ciò che appare è come sembra.  “Noi non muoviamo mani e piedi ma muoviamo qualcosa all’interno che rende inevitabile il movimento di mani e piedi in quella direzione, questo in fase medio-avanzata; in una fase più alta lo scopo è muovere lo spazio energetico intorno a noi e poggiarsi su quello. Si sposta il proprio centro energetico e si sposta l’intenzione (Yi), ovvero la propensione, la mia tensione ad andare verso un luogo. Per esempio, se voglio andare in un posto io sono già lì, e la strada è come se fosse in discesa, è come se si creasse una de-pressione che succhia la mia energia e mi tira in quella direzione.”

Sono molto colpita dal concetto dell’intenzione, così determinante in ogni processo sia interiore che realizzativo.  Così mi spiega che l’idea che ne abbiamo in occidente corrisponde ad un aspetto volitivo, mentre in oriente ‘ci si mette il cuore’, ovvero il coinvolgimento emotivo, da non confondere con l’emotività.”Nel Tai Chi l’intenzione fa sì che tutto il mio essere sia proiettato in quella direzione, ed è ben diverso dall’ansia da prestazione che ci assale quando l’aspetto volitivo, cioè mentale, si mischia con il resto.  Quando la gazzella corre ci mette l’anima, non pensa se ce la farà o a quanto tempo ci metterà; tale principio prescinde anche da aspetti etici e morali, riguarda essenzialmente la mia posizione nell’universo. Non è affatto una visione antropocentrica: la goccia d’acqua sa di essere goccia, guai se si illude di essere oceano!”

Apprendo una grande lezione di umiltà, tipica della cultura orientale, e la consapevolezza che si tratta di un percorso intimo e di trasformazione, che a partire dal corpo conduce all’esplorazione di sé e alla connessione profonda con il mondo. “Dopo un po’ diventa un virus che non se ne va più, perché entri in contatto con te stesso come non hai mai fatto prima, riesci a regalarti momenti unici, lavori senza bisogno di niente; Tai Chi diventa qualunque cosa tu faccia, diventa una forma-pensiero”.

Concludo chiedendo riferimenti bibliografici per chi volesse approfondire: “Tutti i testi di Flavio Daniele, sono i migliori in assoluto e adatti a tutti i livelli sino a quello più avanzato; però tengo a sottolineare l’importanza della pratica, a cui nessuna lettura potrà mai supplire …”

 

APPROFONDIMENTI

[1] i suoi articoli sul tango: Donna e Tango,  Intervista al maestro Carlos Ochoa,  Tango: percezione di sé ed evoluzione del Sé, Psiche e Tango,

[2] maggiori riferimenti al maestro Morena sul profilo Facebook o sul web

 

Post collegati (Potrebbero interessarti anche)
L’ozio…il più raro dei vizi
Guerra e Pace
“Dimmi, Tiresia”
Il Fregio di Beethoven
il cadavere squisito
BONTÀ, BUONISMO, CATTIVERIA: NATURA UMANA O NECESSITÀ? Cronache dal Café Philo

Lascia un commento

Informativa Policy