La Voce dell’Anima

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La sensazione di mani che stringono il collo impedendo di respirare o deglutire.

L’ansia alla bocca dello stomaco.

I “No ” che urlano muti alla vista di un corpo ormai sconosciuto nel letto.

L’irritabilità che diventa sovrana e quella perenne tristezza e apatia che non fanno più mordere la vita.

La fine degli amori è una sofferenza indicibile. Ancor più quando li trasciniamo, ferendoci, accasciandoci sotto il loro peso, pur di restare ancorati al noto.

Eppure, sprazzi di visione lucida si susseguono costantemente. Sdoppiamenti concreti che, all’improvviso, ci scaraventano dalla parte del testimone, quello consapevole.

La voce interiore che ci dice che è tempo di lasciar andare, di guardare avanti e accettare la fine di una storia.

E’ questa la parola che terrorizza, ma chi ha detto che la fine sia proprio la fine e non l’inizio di qualcos’altro?

E che cambiando direzione o strada, non si stia imboccando quella della guarigione?

Tutti i malesseri che avvertiamo, le patologie che attiriamo, ci indicano una condizione di malattia cui ci stiamo avviando solo per paura della Cura stessa.

Perché il restare, in questi casi, nasce da una scelta di Paura.

Ed è questa voce, celata dietro la toga del Giudice che incalza in un processo continuo.

Corrode, paventa, insinua il dubbio. Ci dice che l’assenza della scintilla non è fondamentale se c’è affetto; che le farfalle nello stomaco sono da adolescenti e che negli adulti è normale la sensazione di calma piatta, come l’assenza di desiderio.

Chiama questi sintomi: stabilizzazione di un rapporto, perché questa parola è rassicurante.

Non importa se ci si è trascurati e lasciati andare, dietro l’alibi della grande dedizione alla coppia o alla famiglia.

Tuona di fronte all’idea di abbandonare la stabilità solo perché l’Anima vuole altro e il silenzio rappresenta l’unico compagno della sera.

Introduce il senso d’inadeguatezza pensando all’assenza di un appoggio o di un sostegno o il senso di colpa, sottraendo noi stessi come appoggio e sostegno.

Il Giudice accanito domina, incurante, della più grande sofferenza, delle spalle curvate nel tempo, del sorriso ormai spento, sostenendo una tesi non più sostenibile, terrorizzato dalla possibilità di smettere di soffrire.

Un dondolio continuo tra la Nostalgia per quello che si è smarrito e l’angoscia per ciò che si dovrà affrontare da soli.

Una lotta tra Paura e Coraggio. Tra L’Accontentarsi e la Voglia di Vivere.

Le scelte di Paura, però, sono sempre sbagliate anche quando si presentano con il “Volto del buon Senso”.

Per questo il testimone consapevole, non arretra, insistendo che non vi è nulla di sensato nel continuare a sentirsi vittime l’uno dell’altro, nel crogiolarsi con l’alibi del sostegno reciproco, per non ammettere che, in realtà ciascuno potrebbe trarre giovamento dalla separazione e che il gioco del “è fragile e ha bisogno di me” non funziona più perché in fondo al Cuore, ognuno conosce la propria verità.

Sostiene che è tempo di ascoltarsi,  di ringraziare, di essere grati per ciò che si è avuto e condiviso e poi di andare e , soprattutto, che accettare non vuol dire fallire ma comprendere che la realtà è giusta perché tra i suoi numerosi sentieri c’è quello che porta fuori dal labirinto in cui ci stiamo dibattendo.

Una nuova strada porta sempre a una scoperta e imboccarla significa affrontare la Vita, invece di cercare una scappatoia in un altrove ingannevole che è poi il vero Inferno.

Nell’andare da soli si ha la possibilità di accogliere tutte le nostre parti, guardandole con gli occhi dell’amore, accarezzandole con una dolcezza mai concessa, ammirandole per aver resistito e lottato nel silenzio in cui le abbiamo rinchiuse.

Significa sostituire il senso di colpa con quello di responsabilità verso se stessi, permettendosi di dire “ho tanto amato e tanto amo e proprio in nome di quest’amore vado!” e se prima mi amavo a stare con te, ora mi amo a lasciarti, perché ho poco tempo  per fare la cosa veramente più importante della mia vita.”

Avere cura di me.

 

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