L’approccio empatico nella gestione del disagio

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Quante volte ci siamo trovati nella spiacevole e scomoda situazione di dover comunicare una brutta notizia, o essere investiti dalla sofferenza altrui? Situazioni difficili da affrontare che naturalmente tendiamo ad evitare e, quando non possiamo, bruciano come carboni ardenti che aspettano il nostro passaggio.

 

Tutti noi sappiamo quanto la comunicazione sia un aspetto fondante di ogni relazione, sia personale che di contesto o professionale. E come la gestiamo? Nel privato ci affidiamo al buon senso, alla sensibilità personale, allo stato d’animo del momento o all’alchimia del caso; nei contesti organizzati se ne sta riconoscendo sempre più la necessità, promuovendo formazioni ad hoc che la rendano efficace.

 

Avere a che fare con il disagio ed il dolore, in qualunque ambito, necessita di una comunicazione attenta ed autentica ed un’efficace gestione delle emozioni. Per farlo esistono numerose tecniche più che sperimentate, ma nessuna di esse funziona davvero senza la conoscenza di sé e l’apporto vivo dell’esperienza personale.

 

Questo non vuol dire che bisogna aver provato lo stesso dolore o vissuto la medesima situazione, ma implica la consapevolezza del processo e delle emozioni coinvolte. Vuol dire aver fatto quel viaggio interiore alla ricerca delle proprie ombre e della propria vulnerabilità, unico ponte per la comprensione di sé e dell’altro.

 

L’esperienza e l’autoconoscenza diventano quindi gradini indispensabili per una buona gestione di sé, ci rendono adattabili ad ogni circostanza ed in grado di gestire le emozioni, nostre e altrui. Questo è un passaggio fondamentale nella comunicazione del disagio, dove si tocca una vulnerabilità che è anche nostra; essa non va confusa con la fragilità ma, come il suo etimo ricorda, rimanda al vulnus, la ferita originaria, responsabile della costruzione delle nostre difese cioè della strutturazione della nostra personalità. Essa risponde alla nostra parte più sensibile ed autentica, la parte bambina, i cui bisogni primari sono ottenere amore e difendersi dal dolore. Ecco che si spiega come la personalità sia un insieme di vari comportamenti, espressione di strategie diverse secondo i vari contesti e le dinamiche emotive in atto.

 

E’ naturale voler evitare di guardare la propria ferita, è un meccanismo di protezione che costa un enorme dispendio di energie. Però è inutile tenere sommerso tutto un mondo vivo e pulsante che, pur rimanendo nell’ombra, continua a parlarci e a determinare tante scelte, spesso al di là della nostra cognizione. Come affermava Jung l’ombra è un tesoro, un insieme di risorse inesplorate che è importante conoscere ed onorare per apprezzarne i doni e le sorprendenti possibilità.

 

Incontrare se stessi nel profondo, contattare la parte bambina e accudire la sua vulnerabilità: ecco che si apre una finestra in più sul nostro mondo interiore che trasforma la ferita in feritoia. Ciò che era intoccabile, dolente e nascosto viene ossigenato dall’amore di sé e attraversato per trasformarsi in esperienza consapevole e sensibilità aperta verso la sofferenza di chi ci sta intorno. Si sviluppa cosi l’empatia, una sorta di fratellanza emozionale, unica possibilità per sentire, riconoscere e gestire con equilibrio il disagio altrui.

 

Cosa accade di solito di fronte alla necessità di comunicare con chi soffre? Spesso ci si nega o si prendono le distanze perché diversamente dovremmo farci carico della sua sofferenza e non sapremmo come fare; a volte si tende ad indorare la pillola per attutire il colpo, altre si va dritti al punto perché la verità, anche se cruda, è sempre cosa buona e giusta. In realtà non è così. Gestire un disagio non implica accollarsi la sofferenza altrui né il peso della verità, dura o ammorbidita che sia. Vuol dire invece mettersi nella condizione, non di esaminare ma di riconoscere dolore, paura e sofferenze e quindi quella parte di noi che di solito rimane nell’ombra.

 

L’approccio empatico è un’opera di rispecchiamento ed ha un grande valore terapeutico perché genera fiducia nell’interlocutore che sente comprensione e sintonia. Ci pone al suo fianco, non di fronte, lasciandogli spazio per esprimersi liberamente ed esplorare il proprio dolore senza i filtri del giudizio, dei consigli o dell’interpretazione. E’ altamente rispettoso dell’altro perché pone le parti sullo stesso livello e annulla la verticalità della relazione tu-soffri-io-ti-aiuto. Quando chi parla, si sente ascoltato in modo autentico ed empatico, perché chi ascolta non sta rifiutando quelle emozioni, né sezionandole, né accollandosele al posto suo, ma le riconosce e gestisce con serenità, sviluppa quella che viene definita visione lucida. In altri termini, apertura e neutralità divengono una possibilità, uno schermo bianco su cui proiettare il proprio disagio e osservarlo senza alterazioni. Ciò restituisce dignità, libertà d’azione e autonomia e potenzia le capacità di auto-accudimento rafforzando l’autostima.

 

Spesso chi ci chiede aiuto, non vuole necessariamente consigli o soluzioni ma ha bisogno di essere ascoltato per ascoltarsi e ritrovare il proprio centro. Garantisco che anche dall’altra parte se ne traggono numerosi benefici: l’altro è una parte di noi ed è sempre un’occasione per farsi visita, guardarsi dentro per cercare il proprio centro e riemergere ogni volta arricchiti.

 

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