L’equilibrio in azienda

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Quando parliamo di equilibrio, in generale, focalizziamo l’attenzione a due funzioni.

La prima la mutuiamo dagli aspetti psicologici di una persona: per esempio diciamo che tizio è equilibrato e intendiamo con questo esprimere una sana gestione delle proprie emozioni e una conoscenza di un linguaggio emozionale che egli riconosce e pratica.

La seconda definizione si ricollega agli aspetti pragmatici di una condizione psicofisica, derivante direttamente da concetti di natura scientifica. In questo ultimo stato, l’equilibrio a cui si tende, è di natura statica (ossia equilibrio da fermo), dinamica (equilibrio stazionario) e cinematica (equilibrio in totale movimento).

L’azienda si sviluppa e tende verso un equilibrio molto affine a queste tre condizioni, che sono anche rintracciabili in natura.

In sintesi potremmo dire che le varie componenti aziendali si sviluppano in una condizione di equilibrio che varia tra l’equilibrio indifferente, l’equilibrio stabile e l’equilibrio instabile.

Vediamo perché.

L’equilibrio indifferente lo riscontriamo, per esempio, quando il contesto organizzativo è disponibile a trasformarsi e a riorganizzarsi attraverso una sollecitazione esterna. L’azienda che si trova in questa posizione, è vero che intende evolversi, ma ha costantemente bisogno di sollecitazioni e supporti esterni, ovvero supporti che generano i processi di trasformazione.

L’equilibrio stabile, invece, è lo stato di confortevole accettazione di una realtà protetta, non trasformabile, ma che inevitabilmente porta al collasso totale in quanto, nel tempo, in assenza di cambiamenti e di riadattamenti significativi, non progredisce e dunque non si rinnova.

L’equilibrio instabile si verifica quando l’azienda decide per la trasformazione attraverso una precisa strategia di scelta, pur valutando una buona dose di rischio, che genera l’incertezza del risultato, ma che è oggetto di un sereno coraggio e di una forte determinazione.

In questa ultima condizione si accolgono le trasformazioni ed i rinnovamenti come unica e possibile risposta alla competitività dei mercati e alla scelta di un progetto imprenditoriale che avanza e si adegua tanto ai ritmi presenti che futuri.

Non ci sono soluzioni intermedie ed immediate nella trasformazione.

Da un punto si vista psicologico esiste una forte relazione tra le paure del cambiamento e la sicura riuscita degli obbiettivi.

I risultati migliori si ottengono quando si controllano e si mediano le paure, privilegiando l’inventiva e l’innovazione. In qualsiasi contesto organizzativo, così come anche nella vita, non si ha successo con la sola intelligenza, ricchezza o potenza; occorre utilizzare saggezza e conoscenza delle incertezze e valutare così stress e rischi, con una buona dose di autodisciplina, abnegazione, spirito pratico e reali ambizioni di crescita.

In conclusione ritengo che il mito della sicurezza è un mito moderno e falso. Più cerchiamo sicurezza, più troviamo paura.

La vita è un fiume che scorre, non ripercorreremo mai un sentiero già fatto, né da noi né da nessun altro prima di noi.

Il rischio è la condizione normale della vita: il rischio come scelta di vita è ciò che ci dà la libertà.

Solo il rischio ci consente di crescere secondo ritmi naturali, di essere in pace con noi stessi e di vivere nella gioia.

Quest’ultima è un’arte che ogni manager dovrebbe sviluppare e che dovrebbe insegnare ai propri collaboratori, condividendone le fortune, i successi o le sconfitte.

Ogni sconfitta è foriera di una lezione che arricchisce e consente di crescere.

Alla prossima

Commenti

  1. Marcella Gianni

    marzo 4, 2014 at 13:10

    Grazie Alfonso, manager nel lavoro e manager nella vita. “Il rischio come scelta di vita è ciò che ci dà la libertà”: nonostante il timore nel leggere queste parole mi rendo conto che celano saggezza. Grazie.

  2. Giulia

    marzo 6, 2014 at 13:42

    …Grazie Alfonso per questo prezioso articolo… Pensavo questa mattina a questa frase “l’equilibrio è qualcosa che ha la durata del tempo che impieghi a pronunciarne la parola”. E’ sicuramente una frase un po’ contorta…spero che me la passiate… Nel leggere questo articolo ho trovato una sana conferma arricchita però di spiegazioni e spunti per poter lavorare per far sì che professionalmente ci si possa arricchire della “scelta di rischiare come scelta di vita che ci da la libertà”.

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