Lo stress in azienda, i suoi ricaschi, la legislazione a riguardo

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Cari lettori,

riporto sinteticamente una ricerca fatta dal collega Dario Mosca (Avalon snc), in relazione allo stress in azienda e le conseguenze di tale impatto nell’attività dei Contesti Organizzativi.

Il rischio da stress  lavoro correlato, riguarda un decreto legislativo 81/2008, art. 26, che normalizza a livello europeo una legge a tutela del personale impiegato nelle attività aziendali.

Lo stress è una condizione che si manifesta più o meno palesemente, accompagnato da sofferenze o disfunzioni fisiche, psichiche o sociali, che scaturisce dalla sensazione individuale di non essere all’altezza delle aspettative.

In alcuni casi lo stress si può manifestare per la continua insoddisfazione delle proprie aspettative, rispetto agli sforzi profusi. È la reazione avversa ad eccessive e soprattutto continue pressioni, non sempre solo di carattere professionale.

Lo stress non è una malattia, quindi non serve la cura, anzi nel breve periodo ha effetti positivi, ma diventa dannoso se la condizione persiste.

Il disagio può potenzialmente colpire in qualunque luogo di lavoro e qualsiasi lavoratore, anche se non allo stesso modo.

Il lavoro intellettuale è più esposto, ma in buona parte il rischio di stress dipende dalla soglia di sopportazione di ogni singolo soggetto. Le conseguenze dello stress per il lavoratore sono: conseguenze psicofisiche, isolamento, malattie e continue lamentele.

A tutela ed a salvaguardia degli interessati, il decreto legislativo 81/08 articolo 28 segue i contenuti dell’accordo europeo dell’ottobre 2004 e di base alla direttiva quadro 89/931.

Tutti i datori di lavoro sono obbligati per legge a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Questo dovere riguarda anche i problemi di stress da lavoro, in quanto costituiscono un rischio per la salute e la sicurezza.

Tutti i lavoratori hanno il dovere generale di rispettare le misure di protezione decise dal datore di lavoro. Il decreto legislativo 81/08 art. 28, il cui oggetto e la valutazione dei rischi, stabilisce che la valutazione deve riguardare tutti i rischi tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro correlato. La decorrenza di tali adempimenti parte dal 1° gennaio 2011.

Le situazioni di disagio lavorativo sono in continuo aumento: una percentuale tra il 50 ed il 60 % delle giornate lavorative perse in un anno è correlata allo stress lavorativo.

In Italia il 27% dei lavoratori è sottoposta a questa condizione, rispetto alla media europea che si attesta intorno al 22%. Nel 2002 L’Unione Europea, ha valutato che il costo economico dello stress, legato all’attività lavorativa, era di circa 20 miliardi di euro. Tali costi tendono ad aumentare in relazione a quanto segue:

1)orari dei lavoro troppo lunghi o imprevedibili

2)turni particolarmente faticosi

3)carichi di lavoro eccessivi oppure troppo ridotti, monotonia o frammentarietà del lavoro

4)incertezza degli incarichi e dei compiti, mancanza di informazioni e/o di formazione

5)posture scomode o stancanti, posti di lavoro inadeguati, temperature elevate o basse, eccessivo      rumore, mancanza di riconoscimenti per il lavoro svolto.

Aggiungerei ovviamente la mancata gratificazione o insufficiente riconoscimento del lavoro svolto.

In una concezione contemporanea del lavoro occorrerebbe riflettere che lo sfruttamento del lavoratore, la sua usura psicofisica, non solo è una questione indecente da un punto di vista etico, ma equivale anche alla perdita di fondamentali risorse per l’azienda. L’identificazione e la prevenzione dello stress migliora la salute dei lavoratori,  produce guadagni, incentiva il benessere e lo sviluppo del contesto lavorativo di appartenenza. Quindi la legge è un’opportunità per le imprese e per i lavoratori.

In conclusione una persona insoddisfatta e depressa lo sarà anche nel lavoro.

L’azienda sarà la prima a trarre vantaggio dal benessere dei suoi dipendenti.

Alla prossima

Commenti

  1. Rodica

    luglio 24, 2013 at 13:19

    Buongiorno!
    Leggendo tutto cio che avete pubblicato, mi ritrovo in queste situazioni, la mia ditta mai fatto un controllo per motivi del stress tra gli impiegati, il carico del lavoro e troppo alto quindi in 9.30h ( perche se vuoi prenderti la pausa pranzo sei guardato come un paria e non ti si parla per la vita, se mangi perche mangi, se fai una chiamata nei interessi personali in quasi detta pausa vuol dire che lo fai sempre, se te ne vai alla fine del orario, ancora ce da dire…) sono arrivata ad avere attacchi di panico solo al pensiero di andare al lavoro, per non parlare della nausea..Cosa posso fare? Tenendo conto che comunque da quando ho avuto il bambino la situazione e diventata piu pesante…non potevo stare piu fino alle 21,22 in ufficio o andare sabato e la domenica ( anche se mai riconosciuto tutto cio)..Ho provato a parlare con loro, ma la situazione e diventata più pesante..non posso mettere davanti il bambino anche se sono pagata solo 8 ore al gg,devo stare alla loro disposizione …Non ne posso più e tenendo conto che ho un bambino piccolo devo tenermi il posto del lavoro

    • Alfonso Recinella

      luglio 25, 2013 at 16:05

      Gent.ma Sig.ra,
      la ringrazio per il contatto e sono a risponderle.
      Dal mio punto di vista la situazione andrebbe affrontata servendosi di un consulente del lavoro o di un legale in materia del lavoro, in relazione ai mancati adempimenti dell’azienda connessi alle normative di legge inerenti lo stress da lavoro correlato.( a riguardo legga un mio precedente articolo)
      Ricordo che gli adempimenti di verifica e controllo dello stato di salute dei lavoratori sono obbligatori per tutte le aziende e di qualsiasi dimensione esse siano.
      Pensi per esempio alla cronicità dello stress che potrebbe sfociare in depressone e diventare patologico con il burn-out.(che sarà da me trattato a breve)
      Posso soltanto accennarle al fatto che in molti casi, la semplice richiesta di verifica, seguita con attenzione di un legale, porta giovamento all’intero contesto organizzativo.
      Tuttavia faccia attenzione alla possibile e bieca ritorsione dell’azienda (purtroppo è cosi) che spesso minaccia il licenziamento del ricorrente e innesca un lungo e doloroso contenzioso.
      Non di meno,mettendosi in malattia quale conseguenza diretta del burn-out, che è una situazione patologica seria, lei si mette al riparo da qualsiasi conseguenza ritorsiva o persecutoria della ditta.
      Ovviamente le suggerisco anche l’assistenza di un professionista, counselor o psicologo terapeuta che sia in grado di sostenere e tutelare la sua salute ma anche difenderla da eventuali e capziose visite ispettive richieste dall’azienda.
      Converrà con me che si aprirebbe un contenzioso di ampia portata, in particolare in questo momento storico delle organizzazione e delle loro problematiche, riversate anche nei confronti dei lavoratori.
      Le auguro i migliori successi
      Molto cordialmente

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