Lorenzo il Magnifico. Il calice di un sogno che diventa realtà

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Lorenzo  Primo appare complesso, con una parte esuberante e un po’ troppo invadente. In sua presenza si avvertono sentori speziati e persistenti.

Lorenzo nasce a Montegabbione, tra le dolci colline orvietane e i calanchi argillosi dell’avamposto appenninico, in una casa a circa seicento metri sul livello del mare, in un paesaggio rimasto, ancora, incontaminato e che guarda da lontano gli antichi assi viari tra Firenze e Roma.

La sua venuta al mondo è frutto di una passione lontana, che affonda le radici nelle feste della vendemmia e della mietitura, nei colori e profumi dei cibi di paese. Un sogno in un cassetto coltivato per trent’anni e realizzato con decisione.

“ Il sogno della vita che diventa realtà “ dice Serenella, mentre osserva il liquido coloro rosso porpora all’interno del calice.

Perché Lorenzo I è un vino. Un Cabernet per la precisione.  “complesso al naso, con sentori speziati fusi a percezioni di frutta in confettura. Intenso con persistenza dal finale fatto di sottigliezze balsamiche.”

“Ho sempre desiderato ridare vita a un terreno lasciatomi da mia madre e riappropriarmi di un pezzo della mia infanzia; un obiettivo che ho continuato a coltivare in attesa del momento, pianificando come avrebbe dovuto essere”.

Serenella è uno specialista allergologa ed ha svolto la sua attività, per trent’anni, nell’ambiente ospedaliero.

“La vita d’ospedale è assolutamente competitiva. Mi piaceva il lavoro, nonostante la giungla dell’ambiente. Ho sempre conservato, però, la capacità, del tutto femminile, di uscire dall’ospedale e chiudere l’interruttore; una morbidezza dell’animo o una libertà della mente. Guidata dalla passione e dal sogno, ho frequentato un corso da sommelier, ho iniziato a documentarmi.

Questa terra è vocata alla vigna e alle olive. Seicento metri sopra il livello del mare, in una zona piuttosto sconosciuta dell’Umbria, tra Orvieto e Città della Pieve. Un ettaro e mezzo di vigneto che evoca le feste della raccolta, con le fettuccine condite con le rigaglie, l’aroma del pollo e l’anatra arrosto.”.

Il tono di Serenella diventa sommesso, come se fosse lontana, in un’antica festa di paese.

“Ho piantato l’oliveto esattamente tra quelli piantati centocinquanta anni fa da mio nonno e al centro ho innestato la vigna. Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e San Giovese in purezza. Sono vini corposi, dal profumo intenso e dal bouquet che sa di frutti di bosco. Sognavo il Bordeaux ma per il momento….” Non termina la frase.

“Sul terreno c’era un piccolo rustico che ho trasformato in una costruzione eco biologica. Tanto lavoro ed anche un po’ di paura, ma ho fatto ciò che mi piaceva .”.

Resto in silenzio, in attesa che continui.

“ Pratichiamo una vendemmia verde, mirante alla qualità piuttosto che alla quantità.  Certo non si può dire che siamo un esercito. Oltre mio marito, mi aiutano i nipoti della mia vecchia tata, che abitano vicino al podere. Diciamo che con il tempo siamo diventati sempre più partecipi. La potatura delle olive l’abbiamo fatta in tre. Per la vigna è più semplice ma occorre anche stare attenti perché si possono fare danni. Non usiamo pesticidi ma l’inerbimento sottopiede, con una macchina che sminuzza e forma un humus.”.

“Quanto vino riuscite a produrre?”

“Settanta, ottanta quintali a stagione. Il vino è invecchiato in barrique di rovere in secondo e terzo passaggio. Il Cabernet resta dodici mesi in botte, il San Giovese, dopo l’acciaio è invecchiato dieci mesi in Tonneau.”.

Avverto l’orgoglio di chi ha coronato un desiderio.

“E’ un vino di quattordici gradi. Lo assaggiamo in fase di maturazione, testiamo, insieme all’enologo, le  varie barrique. Un’emozione continua. La stessa sensazione che provo quando passeggio nel vigneto che germoglia, un misto di piacere e serenità. Mi commuove sempre un po’. Lo avverto come un dono e poi è un tuffo nel passato, quando nelle feste si sboccava il vino e nell’aria c’era il profumo del mosto.”.

“E l’olio?” chiedo, vedendo che non lo cita.

“E’ solo una piccola parte. Trecento piante di cui molte secolari. E’ un olio di alta quota, dal profumo intenso, quasi più di cultura toscana che umbra. Lo abbiamo chiamato Cuore Verde.”

Sento che sorride, come a porre l’accento che tutto richiama la passione che l’ha guidata dal camice bianco al cappello da vignaiola.

“Due realtà così diverse!” – commento.

“Sono una persona con due anime, anzi con più anime e ho la fortuna di essere donna. Il femminile sa mantenere più anime e lasciar spazio alla follia. Mia madre era una pittrice, da qui la vena creativa. Mio padre, invece, un burocrate da cui è derivata una certa forza di carattere!”.

Follia e ragione a braccetto.

“Perché il nome Lorenzo Primo?”

“Dedicato a mio figlio: il secondo – ride – che è stato trascinato in quest’avventura più mia, in verità, che sua.”

Il tono si fa morbido, la tenerezza emerge lasciando scorgere l’essenza di madre.

Mi sembra quasi di vederla, negli ambulatori dell’ospedale, con il suo camice bianco, visitare i pazienti, diagnosticare le allergie: il tono fermo, la voce tranquilla. E poi, nella vigna, con i capelli spettinati, il volto abbronzato e lo sguardo orgoglioso che sfiora i grappoli gonfi dal colore violaceo.

Pluralità di anime.

 

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