L’ozio…il più raro dei vizi

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Riflettendo sull’estate appena terminata, già ricordavo con piacere i momenti di relax che mi sono regalata e apprezzavo dentro di me il valore dell’ozio.

Proprio godendo del mio tempo libero, in un angolo di mondo molto naturale e silenzioso, mi sono trovata ad osservare due coppie di sessantenni (circa dall’aspetto), fare una bella nuotata e rimanere ammollo nel mare trasparente per una mezz’oretta scambiandosi poche parole, e poi approfittare dell’ombra di un rigoglioso cespuglio per rimanere almeno un’altra ora a vagare con lo sguardo verso l’orizzonte di fronte a loro, perlopiù in silenzio.

Mi ha colpito la naturalezza nel prendersi il loro tempo per fare quello di cui avevano voglia…noncuranti persino di sdraiarsi al sole (cosa forse per loro poco piacevole, a quell’ora di metà pomeriggio) e mi ha evocato la ormai rara capacità di oziare.

Partendo dalla distinzione che Circerone faceva tra Negotium, ovvero l’insieme di attività volte a prendersi cura dei propri affari, e Otium cioè il periodo dedicato al riposo e alla ricerca intellettuale ( in realtà privilegio dei più benestanti), credo che dovremmo soffermarci sulla nostra poco equilibrata gestione del tempo: viviamo in un mondo veloce, pieni di impegni e faccende da sbrigare per cui la giornata sembra non essere mai abbastanza lunga… tantissimi appuntamenti, scadenze, incontri, attività da programmare, hobbies, per cui non possiamo davvero perdere tempo!

E’ evidente anzi come il tempo appare contrarsi sempre più: siamo continuamente connessi, chiamati a rispondere in tempi brevi a sms, e-mail, post, tweet, spesso iper-sollecitati anche dalle immagini, probabilmente tendenti a una eccessiva frenesia, di cui spesso non credo ci rendiamo conto. Se da un lato dobbiamo portare avanti le nostre attività e ovviamente cercare di renderle produttive in ogni senso investendo molto del nostro tempo, dall’altro persino in coda al supermercato o all’ufficio postale non riusciamo ad alzare la testa dal nostro smartphone, magari per scambiare due parole con qualcuno o approfittare per concederci una pausa, per fare niente…

Quel “dolce far niente”, ormai raro, che dovrebbe avere come premessa dei ritmi ben più lenti, e in effetti più rispettosi della nostra natura: ci spiega il professor Lamberto Maffei, ex direttore dell’Istituto di Neuroscienza del CNR e presidente dell’Accademia dei Lincei, che il nostro cervello “è una macchina lenta” che ha bisogno dei suoi tempi, per cui sottolinea l’importanza del pensiero lento, mentre noi, nel nostro vivere quotidiano, solitamente temiamo la lentezza in quanto sinonimo di “perdita di tempo”.

Nel suo libro “Elogio della lentezza”, il prof. Maffei ben descrive i meccanismi cerebrali che ci portano ad una velocità eccessiva, anche attraverso l’uso ormai comunissimo di strumenti digitali, con il rischio di soluzioni inappropriate, frustrazioni e persino danni all’educazione: la prevalenza del pensiero rapido in questa epoca non giova necessariamente al nostro organismo, con effetti spesso stressanti in varie forme.

Trovo che la gestione delle nostre ventiquattr’ore sia decisamente parte del prenderci cura di noi: dedicare una parte delle nostre giornate a ciò che non rappresenta dovere, impegno, prestazione retribuita, mansioni di routine, ma stare con noi stessi, in primo luogo per consentirci di ascoltare cosa ci farebbe profondamente bene; poi ben venga che sia un’attività immersi nella natura, o un thè sorseggiato sul divano, o la lettura di un libro che ci attira, o una tranquilla conversazione con una persona cara, o… purchè semplicemente rispettiamo il nostro sentire di quel momento.

Quello che i latini definivano Otium, che serviva a curare l’anima e il corpo, per gli antichi greci era Epimelestai eautou ovvero “occupati di te stesso”, e chi poteva condurre un certo stile di vita (ad es. filosofi e poeti) comprese essere molto utile per entrare in contatto più profondo con se stessi e per conoscersi meglio.

Esiste una differenza importante tra l’ozio e quell’inattività che nasce dalla pigrizia, dall’inerzia, dall’indolenza che causano frustrazione e a seguire, senso di inadeguatezza. In alcuni casi si tratta anche di un atteggiamento verso la vita caratterizzato da scarso entusiasmo, apatia e magari da una certa avversione al fare, mista a noia ed indifferenza, per cui parleremmo poi di accidia.

L’uso iniziale di questo termine sembra legato alla tradizione religiosa, e certamente fin dal Medioevo definiva pigrizia e lentezza negli esercizi spirituali, divenendo presto uno dei sette peccati capitali secondo la morale cattolica. Dante non li considerava degni neppure dell’Inferno: inconcludenti, indifferenti a tutto ed estranei alle responsabilità e ai richiami morali, li colloca nell’Antinferno e secondo lui non vale neanche la pena parlarne, infatti il suo Virgilio così sdegnosamente si esprimerà passandogli accanto: “Non ragioniam di loro ma guarda e passa”.

Senz’altro mi colpisce che ciò che rendeva gli accidiosi, gli ignavi “grandi peccatori” consista nell’inadempienza, l’indifferenza e l’evitamento. E trovo molto interessante che la parola “accidia” derivi dal greco “a-non” e “kedos-cura”, parole che esprimono il concetto di noncuranza.

Direi quindi che potremmo approfittare del maggior tempo libero in questo periodo estivo per provare a dare spazio a quell’ozio elogiato fin dall’antichità, ma anche da tanti umanisti contemporanei (Stevenson, Russell, Nietzsche ecc.), che potrebbe esserci utile per ricontattare tante preziose risorse personali. La possibilità di essere inattivi, disconnessi e di avere un tempo “vuoto”, può permetterci di prendere distanze dagli schemi consolidati nel nostro quotidiano, dai nostri soliti pensieri, e da ritmi stancanti per il nostro corpo, rilassandoci e ricaricandoci.

Può diventare occasione di dare voce anche a nuovi stimoli ed ispirazioni da riportare poi nelle nostre occupazioni o studi: quel “dolce far niente” può consentirci di ascoltare diversamente un brano musicale che può diventare evocativo, contemplare un panorama o un viso caro, inseguire un pensiero che attraversa la nostra mente o leggere una sensazione fisica, senza preoccuparci di definire nulla o trarne immediatamente utilità.  Quell’ insieme di stimoli, spunti, impulsi e nuove elaborazioni di idee, potrebbe poi nutrire il nostro lato creativo, che privilegia le intuizioni e i moti interiori, riequilibrando così la nostra tendenza all’iperattività e ai ritmi frenetici.

Non credo perciò si possa ormai considerare l’ozio un vizio, ma piuttosto una capacità da riscoprire per aggiungere possibilità di auto conoscenza e attenzione al proprio mondo interiore; rivalutando un tempo privilegiato per stare con se stessi, prendersi davvero cura di sé, magari imparando anche, a poco a poco, ad apprezzare la solitudine.

 

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